“Lavorare con le forze della natura, non contro di esse…
… e utilizzare le loro potenzialità per creare migliori condizioni di vita negli ambienti costruiti” (Olgyay)

Lettera aperta agli studenti di Valle Giulia
Non scholae sed vitae discimus (Seneca)
Cari studenti,
un fatto inedito ed angosciante si sta verificando per la prima volta dall’avvento della rivoluzione industriale. Verrà consegnata alle nuove generazioni una situazione, riguardante il nostro pianeta, in progressivo peggioramento. Un peggioramento economico, sociale, ambientale. Un peggioramento dal punto di vista della speranza, dell’entusiasmo, della serenità.
Le aree antropizzate occupano solo il 2% della superficie del pianeta, ma più della metà degli abitanti oggi (6,8 miliardi) risiede nelle città, che consumano molto più della metà delle risorse complessive e rilasciano grosse quantità di gas inquinanti, rifiuti, liquami di scarto.
Esiste un problema di depauperamento delle aree verdi e di quelle agricole, perché il mondo urbanizzato tende a crescere e ad occupare porzioni sempre più ampie, ma anche perché il centro di interesse si è via via spostato dalle campagne alle città. Nel 1950 in Italia quasi il 50% della popolazione era contadina, oggi è meno del 3%.
La città è un organismo e in quanto tale ha un suo metabolismo; mentre la crescita urbana procede con un ritmo inarrestabile (si prevede che entro i prossimi 40 anni, quando saremo 9 miliardi, la popolazione urbanizzata a livello mondiale avrà superato il 70%), cresce con una velocità ancora maggiore la cosiddetta impronta ecologica delle città, cioè la quantità di territorio necessario a garantire le risorse vitali e lo smaltimento dei rifiuti da esse prodotte. Già oggi viene stimato che Roma ha un consumo tale da richiedere un’area di produzione e smaltimento 20 volte più grande.
Vista la crescente importanza dei problemi ambientali, energetici, sociali, appare fuor di dubbio che il vero segno del XXI secolo sarà quello del recupero del rapporto dell’uomo con la sua terra, e questo forse a partire dalle città, concentrazioni sempre più rilevanti di persone e di energia consumata. Coloro i quali si occuperanno di territorio, di ambiente, di città, di edifici saranno chiamati ad una sfida globale: salvare il pianeta. L’architetto del XXI secolo sarà diverso da quello dei secoli scorsi.
Risulta quindi necessario individuare un nuovo modello di sviluppo che sappia coniugare trasformazioni urbanistiche, gestione del territorio, politiche ambientali ed energetiche con sostenibilità, lotta agli sprechi e all’inquinamento. Un modello diverso da quello precedente, debole e critico in quanto astratto rispetto al contesto che sta evolvendo con velocità supersonica.
I cosiddetti stakeholders, i portatori di interessi, devono avvalersi di procedure e metodi capaci di coinvolgere soprattutto il capitale umano, per poter affrontare con successo la grande sfida degli anni prossimi. Una sfida che per essere vinta deve comprendere un vero e proprio ribaltamento del paradigma esistente: non più una visione antropocentrica ed esclusiva ma una riappropriazione dell’identità individuale in una visione di responsabilità sociale, non più uno schema gerarchico ma un modello finalmente democratico, non un approccio dall’alto ma dal basso.
Consideriamo la città di Roma, ad esempio. La necessità di una densificazione insediativa, anche abitativa, a Roma cosi come nelle altre grandi città (Roma è caratterizzata da una bassa densità insediativa in periferia di tipo estensivo: 22 ab/ha, dove vive l’80% della popolazione nel 95 % del territorio comunale) pone interrogativi che devono trovare una risposta organica e unitaria: quali interventi di grande rilevanza anche simbolica e funzionale potrebbero essere immaginati per la ricostruzione di una identità? Come conciliare (magari con un intervento forte e marcato) la contraddizione di una inevitabile densificazione insediativa con il contenimento dell’espansione urbana? E in merito agli enormi spazi urbanisticamente dismessi, di scarsa qualità, di verde non qualificato e irrealizzabile: quali sono gli strumenti per recuperare una qualità urbana diffusa?
Il quadro descritto per divenire operante richiede alla cultura architettonica e in particolare alla comunità scientifica delle Facoltà di Architettura una grande capacità di comprensione critica, una interpretazione creativa di largo respiro e risposte innovative in grado di introdurre anche sensibili e duraturi miglioramenti sociali, ambientali ed estetici. Per ottenere questo risultato è stato necessario attivare una fase sperimentale che ha permesso di formulare nuovi paradigmi disciplinari, che a causa della loro complessità hanno permesso la nascita di alcuni percorsi disciplinari specialistici. Al rischio che questi ultimi, a causa dell’ottica parziale che tenderebbero a imporre, disarticolassero in modo irreversibile il corpo disciplinare dell’architettura, si è cercato di rispondere non certo negando gli specialismi stessi, ma iscrivendoli in una concezione più aperta e integrata dell’architettura. Una visione dinamica e metamorfica ma pur sempre organica che riconducesse la molteplicità all’unicità, arricchita dell’apporto inevitabile degli approcci settoriali. La costruzione di questa impostazione coincide in modo sufficientemente esatto con quanto è stato sperimentato nell’ultimo decennio dai docenti e dagli studenti di Valle Giulia, impegnati in un’avventura formativa lunga e faticosa, ma anche emozionante e feconda.
Il risultato è stato quello di strutturare una offerta didattica semplice ma chiara, proiettata verso la formazione dell’architetto del futuro.
La formazione del soggetto individuale è la fiducia che occorre riporre nel desiderio degli uomini di essere attori della propria vita, dice Alain Touraine. I futuri architetti avranno una responsabilità doppia: quella individuale, di cittadini del mondo, ma anche quella sociale di operare scelte professionali in grado di costruire un futuro migliore. Bruntland ha definito la sostenibilità come la responsabilità di lasciare alle future generazioni un mondo almeno uguale a quello in cui viviamo. Una definizione obsoleta se considerata alla luce della realtà che stiamo vivendo.
Dico invece, cari studenti, che ormai è tardi: prendetevi quel mondo cosi com’è ora e cercate di migliorarlo e pretendete che la vostra Scuola faccia tutti gli sforzi possibili per permettervelo.
Abitare la Terra
«Questi frammenti di elementi naturali, pezzetti di pietra, fossili, schegge di legno, cose martirizzate dagli elementi, raccattate lungo il bordo del mare, [...] che esprimono leggi fisiche, l’usura, l’erosione, lo scoppio, ecc., non solo hanno qualità scultoree, ma anche uno straordinario potenziale poetico.»
Le Corbusier
Considerata la drammatica presenza dei problemi ambientali, energetici, sociali che hanno catapultato l’uomo nella condizione, necessaria per la sua stessa sopravvivenza, di trovare subito nuove e radicali soluzioni, appare fuor di dubbio che il vero scopo del XXI secolo sarà quello dal recupero del suo rapporto con la Terra. Un recupero che presuppone un nuovo modello di sviluppo che sappia coniugare le trasformazioni causate dell’uomo, da quelle sociali a quelle urbanistiche, con sostenibilità, lotta agli sprechi e all’inquinamento. Un modello diverso da quello precedente, fattore di crisi perché astratto rispetto al contesto, incapace di seguirne le evoluzioni (o meglio: contrastarne le involuzioni). Un modello in grado di ribaltare il paradigma dominante e di passare, nelle tematiche ambientali, energetiche, sociali, dalla concentrazione alla diffusione, dalla gerarchia alla democrazia, da un approccio dall’alto ad un approccio dal basso.
Abitare poeticamente la terra in fondo significa anche questo. Mettere in pratica quello che qualcuno ha definito “glocalismo”, un insieme di azioni su scala locale con l’obiettivo di incidere su scala globale. Pachamama, la Terra Madre degli indios, ha ispirato Carlin Petrini a seguire questo esempio con una rete mondiale delle comunità locali del cibo. Jeremy Rifkin afferma che sta emergendo una nuova scienza i cui assunti operativi sono più adatti ad un pensiero di rete che di gerarchia. La vecchia scienza considera la natura come oggetto, la nuova come relazione. La vecchia scienza è caratterizzata da distacco, dissezione, separazione, la nuova da condivisione ed olismo. La vecchia scienza mira a rendere la natura sfruttata e produttiva e l’uomo passivo consumatore di beni e servizi, la nuova scienza spera di avere una natura rispettata ed un uomo attivo generatore di beni e servizi. La rete energetica che stiamo sperimentando alla Sapienza si ispira alle cosiddette smart grid, un sistema di nodi interconnessi tra loro, capaci di generare, oltre che consumare, energia. La struttura didattica e di ricerca della nostra Valle Giulia vuole sempre più ispirarsi ad un rinnovato impegno individuale dei futuri architetti per la “costruzione” delle case, delle città, del mondo.
La risposta al cambiamento climatico, alla disoccupazione, alla catastrofe finanziaria, allo sfruttamento sociale e ambientale, è quella di abitare poeticamente la Terra. Nelle parole di Vandana Shiva c’è tutto l’impegno che l’uomo deve profondere. La Democrazia della Terra esige una risposta sistemica e collettiva alla crisi climatica. La Democrazia della Terra permette di liberarci dal supermercato globale dei beni e del consumo che distrugge il nostro cibo, le nostre case, le nostre città, il nostro pianeta. Nella Democrazia della Terra tutto è collegato: per intervenire sull’inquinamento non dobbiamo limitarci alla eliminazione delle risorse fossili, ma dobbiamo modificare l’agricoltura, intervenire sulla progettazione degli edifici e delle città, cambiare il nostro stile di vita. Nella Democrazia della Terra le soluzioni non possono provenire dai governi e neppure dalle ONG, ma dai singoli individui che devono cercare nelle proprie coscienze la riscoperta del senso di responsabilità sociale.
LO SPIRITO DI SQUADRA: COESIONE E COSTRUZIONE
“Un giocatore ha un solo modo per realizzare pienamente la propria libertà: lottare liberamente per vincere”
“Io sono il padrone del mio destino. Io sono il capitano della mia anima”
William Ernest Henley
(Questa è la frase ricorrente pronunciata dal personaggio Mandela in “Invictus”)
Il rugby è molto più di uno sport o di una pratica di gioco: è disciplina, lealtà, spirito di coesione, rispetto dell’avversario. E’ insegnamento di vita che dovrebbe essere d’esempio anche nella disciplina professionale.
Proprio per questo La Facoltà di Architettura Valle Giulia, nell’ambito della sua politica volta ad incrementare il rapporto dei giovani con il mondo del lavoro, organizza un corso sperimentale gratuito per i propri laureandi della sessione estiva (giugno e luglio 2010).
La finalità del progetto è quella di creare e/o rinforzare lo spirito di coesione tra i ragazzi, attraverso la conoscenza di uno sport, il rugby, che rappresenta lo spirito di coesione che deve essere realizzato per il raggiungimento di un obiettivo (“la meta”) come metafora del lavoro di squadra nel mondo del lavoro. Infatti, sia nell’ambito sportivo che in quello lavorativo, emerge la necessità di rafforzare lo spirito di gruppo e d’identità in cui la specializzazione dei diversi ruoli sportivi rispecchia la suddivisione del lavoro all’interno di un’azienda.
Sul campo di rugby, come in ufficio, il risultato finale non può essere conseguito senza che tutte le componenti operino in maniera coordinata e sinergica, in uno spirito di comunanza che si può paragonare al cosiddetto “terzo tempo”, un’altra delle sacre tradizioni del rugby, che rappresenta un momento unico di aggregazione nel corso del quale vincitori e vinti, arbitri e dirigenti si ritrovano insieme. In definitiva, è proprio questo il vero spirito del rugby.
Nella squadra sportiva, così come nel gruppo di lavoro, nessuno si deve sentire escluso; ciascuno può dare qualcosa e la capacità del gruppo è di tirare fuori la qualità del singolo e di esaltarla per lo scopo comune e condiviso.
Il rugby è:
- modello organizzativo;
- spirito di squadra;
- determinazione;
- entusiasmo;
- onestà operativa;
- valorizzazione delle diversità come risorsa;
- continuo miglioramento;
- giocare (lavorare) con e non contro.
Questi valori sono traslabili anche nel campo dell’architettura, una disciplina che, da sempre, rappresenta la coralità degli attori che partecipano al processo edilizio: dal disegno all’esecuzione, dal collaudo alla gestione. Una coralità che si estrinseca attraverso differenti scale e ambiti: dallo studio urbanistico alla scala urbana, dalla progettazione al restauro, dal dettaglio tecnico all’impiantistica, presupponendo un approccio multidisciplinare senza il quale non sarebbe possibile comprendere appieno il significato dell’architettura.
Ecologia Critica per una Formazione Individuale nell’Opera di Valentino Zeichen
Intervento alla inaugurazione della mostra su Valentino Zeichen, 11 marzo 2010.
Le crisi nella nostra società – penso a quella economica, finanziaria ed ambientale dei nostri giorni - provocano spesso un fastidio inconscio, un tentativo di rimozione , una certa riluttanza a capirne le cause. Come se al loro cospetto si ammettesse la nostra inadeguatezza e incapacità ad affrontare un problema che non può e non deve appartenere al singolo individuo. Oggi che la globalizzazione ci porta la paura ed il coraggio fin dentro casa, tendiamo a rifiutare le “verità scomode” (quelle del Nobel Al Gore) perché ci obbligano a fare i conti con noi stessi e le nostre illusioni. Proprio la globalizzazione ci spinge paradossalmente verso una valutazione critica dell’identità e della coscienza individuale.
Altro problema è anche, nell’epoca della grande comunicazione, “cosa” e “come” comunicare . Perché non è possibile “comunicare una crisi”, visto che la comunicazione stessa riflette il modello consumistico che è la causa di quella crisi. La vera scoperta che i figli del consumismo faranno sarà quella di smettere di credere che chi ha causato il problema possa anche essere in grado di risolverlo.
Ci sono, invece, modalità di comunicazione che abbiamo imparato a riconoscere come efficaci. Come chi ha sempre affrontato la denuncia con fermezza, e con precisione l’ha descritta. Tra questi, solo pochi lo hanno fatto anni fa con la lucidità e lo spirito di Valentino Zeichen.
Zeichen ha sempre voluto esprimere nelle sue opere le nostre responsabilità individuali. E’ difficile credere che la società abbia fallito fino al punto di non provvedere con la formazione di una coscienza collettiva ad un atto riparatore, ma Zeichen individua un modo per comunicare correttamente che il modello della globalizzazione un merito (demerito?) l’ha avuto perché, come dice anche Alain Touraine, ha posto fine al sociale. La formazione del soggetto individuale è la fiducia che occorre riporre nel desiderio degli individui di essere attori della propria vita.
E cosi la sua voce poetica, malinconica ma ricca di spietata ironia, è stata usata come una arma per attaccare, per convincere gli individui a pensare, a riflettere. Cosi utilizza azioni contemporanee per una poesia che diventa etica nel momento in cui vengono denunciati gli squilibri naturali e la mancanza di certezze per le generazioni future: il ruolo che svolge la tecnica, il suo amore per la città di Roma, con le sue contraddizioni e le sue testimonianze, la sua ecologia critica, le sue intuizioni contro i combustibili fossili, il suo modo di viaggiare senza spostarsi.
Zeichen è un poeta che ci conquista perché le sue storie d’altri tempi descrivono con lucidità tutte le contraddizioni della contemporaneità, difendendo finalmente le ragioni individuali di un uomo scettico nei confronti dei miti moderni. Che conferma la fine del sociale.
Una nuova vera poesia esercitata attraverso l’azione costante e dura di una ironia etica. Meglio trasformare le caserme (che non servono davvero più) in case a basso costo per tutti che in musei, perché, tanto, l’arte moderna è morta.
Quello che serve è un vero cambiamento nei nostri stili di vita, nei nostri modi di pensare, di operare. Lo dice Valentino Zeichen, cosi come lo dice Vandana Shiva, o Carlo Petrini.